James Dean. Oltre il mito, la scoperta di un artista performativo
Di seguito la mia Prefazione al libro di Dario Salvatori “James Dean. Vita e passioni di un mito”, edizioni Tempesta, che ho curato come editor, in questi giorni in libreria.
di Diomira Cennamo
James Dean è un’icona ormai da settant’anni, da quando la sua morte a ventiquattro anni ne ha immortalato il mito. Come tutti i simboli, è diventato una sintesi, un’astrazione che si porta dietro alcuni aspetti, tralasciandone (forse molti) altri.
Quando Dario Salvatori ha voluto coinvolgermi come editor nel suo progetto celebrativo della figura di James Dean a settant’anni dalla sua scomparsa, siamo partiti da una domanda: perché, dopo sette decenni, James Dean è ancora un mito?
È da qui che è partito questo viaggio. Un percorso all’insegna della scoperta progressiva della vita di un giovane uomo fattosi artista, tra documenti d’archivio, biografie, articoli di giornale, interviste a persone che lo hanno conosciuto e hanno attraversato un pezzo della sua vita, avvicendandosi e talvolta incrociandosi, fino a quel capolinea arrivato troppo presto e troppo bruscamente.
Nonostante l’avesse lui stesso preconizzata con quel suo profetico motto Live fast, die young, nessuno era preparato a quella perdita. Forse perché la sua arte aveva appena iniziato a produrre i suoi effetti, stupendo molti con un’energia che si sprigionava da qualcosa di così profondo da far risuonare delle corde nuove.
Del resto, è questo che fanno i veri artisti: far vibrare le parti più profonde di noi, non di rado in quella commistione tra arte e vita che li rende ancora più veri e più puri nella loro artisticità e, insieme, nella loro umanità.
Come dimostra il fatto di aver realizzato, suo malgrado, i maggiori guadagni dopo aver terminato la sua vita su questa terra, James Dean è diventato un brand, icona pregna di suggestioni, agognata da un mercato che ha desiderato, in diverse stagioni, di farne un testimonial dei suoi prodotti.
Il percorso nella vita di James Dean, condotto nella stesura di questo libro, si è compiuto per sottrazione, perché è stato presto chiaro che su James Dean si sono dette tante cose, così tante che (come spesso capita in questi casi) si è finiti forse per allontanarsi dalla vera anima di un giovane ventiquattrenne pieno di talento, aspirazioni e voglia di vivere.
In fondo, ogni percorso nella vita di un essere umano, per quanto pop o ‘di interesse pubblico’ essa sia, esige una forma di delicatezza e di rispetto, che ci chiede di entrare in punta di piedi al suo interno, muovendoci con attenzione e spogliandoci di tutto quello che sapevamo di lui per sentito dire o per l’immagine che di lui si era cristallizzata nella nostra mente, attraverso la conoscenza più o meno superficiale che ne avevamo.
Man mano che questo lavoro andava avanti, personalmente l’ho sentito come una responsabilità, un richiamo a spingere in avanti al meglio quell’immagine un po’ impolverata dai resoconti che si sono affastellati nel corso dei decenni, colorita da dichiarazioni su dichiarazioni, rilasciate a caldo o a distanza di tempo …
Richiamo che si è insinuato anche tra le pieghe di coincidenze particolari, come quella che riguarda la data della morte, avvenuta nel 1940, dell’amata mamma Mildred, il 14 luglio, lo stesso giorno della mia nascita. Data che ha segnato inevitabilmente tutta la vita di James, e che anche per lui aveva un richiamo particolare: lui stesso faceva notare che era la stessa della morte di Billy the Kid, figura di fuorilegge dell’America dei cowboy di fine Ottocento, ucciso nel 1881, proprio il 14 luglio. In Billy the Kid James Dean si rispecchiava, al punto da interpretarlo da piccolo davanti ai familiari e ai compagni di classe, e da volerne fare un film da regista (insieme a quello sul Piccolo Principe di Saint-Exupéry, altra figura, opposta, se vogliamo, in cui si riconosceva) quando era già un noto attore di Hollywood. Le cronache ci dicono che parlò con la Warner Bros, con cui aveva un contratto, di un film su questo soggetto, poco prima di morire. Il film sarebbe stato effettivamente realizzato dalla Warner nel 1958, con il titolo Furia selvaggia – Billy Kid. Fu Paul Newman a recitare nella parte del protagonista che era stata pensata per James Dean, esattamente come accadde per il celebre Lassù qualcuno mi ama (1956), pellicola nella quale James avrebbe dovuto recitare nella parte del pugile Rocky Graziano, e per la quale aveva già iniziato ad allenarsi fisicamente.
Tutto questo a delineare un’apertura verso una fase successiva della sua vita artistica, a cui James Dean guardava, ma che purtroppo non ci sarebbe mai stata: “Devo sapere tutto su tutto per essere un buon regista”, dichiaròlo stesso anno della sua morte alla famosa rivista cinematografica Motion Picture. “Recitare è meraviglioso e di immediata soddisfazione, ma non è il fine ultimo, la totalità della mia esistenza”, confidò alla giornalista Hedda Hopper. “Il mio talento si trova nella regia ancora più che nella recitazione. E, al di là della regia, la mia grande aspirazione è scrivere. Ora come ora non posso stare col culo appiccicato a una sedia a scrivere, sono troppo ragazzino e troppo sciocco. Ma un giorno …”.
Restituendo non tutto quello che si sa su James Dean, ma certamente quanto di più eclatante si è detto di lui e che ha trasmesso di volta in volta la (una?) sua immagine fino ai nostri giorni, l’obiettivo di questo libro è stato quello di togliere quegli strati di senso che hanno fatto di lui un’icona, provando a farne emergere il più possibile l’anima artistica sottostante.
L’immagine composta dai pezzi del puzzle della sua vita è quella di un interprete dotato di una ispirazione artistica multiforme, che stava scoprendo e coltivando, con lo studio e l’approfondimento. Questo al di là dell’immagine superficiale che spesso ci arriva dalla moda o dalla pubblicità e persino dalla sociologia, che ha visto in lui un condensato di valori sociali e persino politici. James Dean è stato, certo, tutto questo. Ma, prima ancora, la sua è stata una ricerca artistica, che ha accompagnato e arricchito un’altra ricerca: quella della propria identità. Un’identità complessa e ancora in formazione, data la sua giovane età e il suo essere in costante movimento, e dato (forse non da ultimo) un aspetto caratteriale liquidato, di volta in volta, come egocentrismo, arroganza, impulsività o pura aggressività. Tratti che oggi avremmo probabilmente inquadrato in una qualche condizione di neurodivergenza, come un disturbo da deficit di attenzione e iperattività, magari sfociato in qualche forma di disturbo del comportamento o di difficoltà relazionale. Chissà … Ciò che qui ci interessa approfondire è lo sbocco che questa sua complessità interiore è riuscita a trovare nell’espressione artistica, cinematografica e non solo, come scoprirete nel dettaglio andando avanti nella lettura.
L’atteggiamento oppositivo di James Dean era forse il modo di esprimersi di una grande fragilità ma, talvolta, anche quello di una ricerca profonda nel personaggio da interpretare, che lo portava a sperimentarne le diverse sfumature fino al momento di girare la scena, tra lo smarrimento e il disappunto dei colleghi attori, e persino a contestare il regista qualora questi non fosse stato d’accordo con la sua visione del personaggio. Atteggiamenti adolescenziali e irrispettosi per alcuni, per altri persino irritanti. Eppure c’è chi dovette ricredersi, come George Stevens, che lo diresse nel ruolo di Jett Rink nell’ultimo film interpretato dall’attore, Il gigante. Stevens, infatti, ammise successivamente che il dissenso di Jimmy, rispetto a una scena da lui voluta, aveva rivelato una comprensione del suo personaggio maggiore della propria. Nella sceneggiatura, Jett doveva avvicinarsi a Liz Taylor nelle vesti di Leslie Lynnton Benedict e, passando accanto al bar, doveva riempirsi un bicchiere o due. Jimmy non trovava quel gesto adeguato al carattere del personaggio e gli replicò: “Senta, io ho una fiaschetta in tasca. Perché non vado semplicemente al bar, mi prendo un bicchiere e lo riempio dalla mia fraschetta?”. Il regista rifiutò la sua proposta, confermando la propria scelta. Successivamente, raccontò di aver cambiato idea: “Quello che Jimmy voleva fare sarebbe stato il momento migliore del film. Il suo punto era che c’entrava l’orgoglio: Jett è troppo orgoglioso per accettare da bere alla loro tavola. Di solito credo di conoscere un personaggio meglio di chiunque altro, ma quello che dissi a Jimmy era maledettamente sbagliato. La sua idea era troppo intelligente, e lui non me la spiegò, così lì per lì non ci arrivai. Ma lui conosceva davvero il personaggio, e questo è il miglior omaggio che posso fare al suo talento di attore”.
Il percorso di crescita artistica di James Dean è costellato di mentori. Le sue prime insegnanti di recitazione, Adeline Brookshire alla Fairmount High School e Gene Owen al Santa Monica City College, ebbero la sensibilità di comprendere il grande potenziale espressivo del loro allievo Jimmy. Oltre a ravvisarne un canale di sfogo e di riequilibrio della sua prorompente emotività e impulsività, come seppe fare Adeline, la prima a spingerlo a credere nel suo talento di attore.
Dopo di loro, James continuerà a cercare delle guide che lo aiutassero a padroneggiare gli strumenti con cui poter esprimere la sua arte. L’attore già premio Oscar James Whitmore, che lo seguì in un laboratorio alla Ucla di Los Angeles, gli aprì una nuova prospettiva sulla recitazione, quella del ‘Metodo’ con cui sarebbe poi cresciuto a livello attoriale nel prestigioso Actors Studio di New York, con Lee Strasberg ed Elia Kazan. Regista, quest’ultimo, che lo sceglierà per il suo primo ruolo cinematografico da protagonista.
Ma non basta. James Dean era costantemente alla ricerca di nuovi mezzi espressivi che coinvolgevano tutti i canali sensoriali e tutto il corpo, dalla musica alla danza alla fotografia e persino alla scultura. Una ricerca che conduceva con l’aiuto di artisti e insegnanti. La formazione appare, dunque, centrale nella sua crescita artistica e nella ricerca di un miglioramento costante delle proprie capacità espressive, nella recitazione e fuori.
Si tende a pensare che buona parte della consegna al mito sia dovuta alla morte precoce dell’attore, avvenuta sulla strada, e quindi in maniera coerente con la sua passione più grande dopo il cinema, quella per le automobili. Tuttavia, l’inserimento nel 1999 di James Dean al diciottesimo posto tra le maggiori star del cinema di Hollywood, da parte dell’American Film Institute, è un invito a scavare un po’ più a fondo nella sua – sia pur breve (o, forse, proprio per la sua brevità?) – carriera cinematografica e artistica.
Questo è un viaggio nel mondo di James Dean artista performativo a tutto tondo. Un percorso che punta a recuperare il lascito di un uomo che ha vissuto poco, ma al massimo delle sue possibilità, ricordandoci che la vita di ognuno di noi può essere vissuta all’insegna di una ricerca autentica, e per questo talvolta controcorrente, e che ognuno può farlo con i suoi limiti e le sue peculiarità.
Quella lasciata da James Dean nella sua breve vita è una traccia artistica unica, che ha ispirato e continua a ispirare nuova arte, e che il libro che avete tra le mani vi invita a scoprire o riscoprire.
Roma, 11 luglio 2025
Dario Salvatori “James Dean. Vita e passioni di un mito”, Tempesta editore, 2025



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